La scena si svolge nella campagna di Castellamonte, verso la Pedemontana, nella borgata che si chiama Canton Miglia. Siamo all’interno del suo giardino. Stiamo guardando un affresco sul muro a est. Lui mi sta raccontando la storia: «Viveva in questa borgata un ragazzo, verso l’inizio del Novecento. Si chiamava Martino, era un gobbetto e per le credenze di quei tempi non doveva farsi vedere fuori di casa, di giorno. Cosicché se ne stava rintanato con gli animali tutto il tempo. Usciva solo di notte. Ma non sapeva come fossero davvero le cose e la vita alla luce del giorno. Ecco! Io l’ho voluto far uscire, finalmente».

È così che mi accoglie in casa sua Miro Gianola, il ceramista e pittore di Castellamonte. Mi ha portato nella sua abitazione — una casa di campagna, poco appariscente dal di fuori, ma arredata con molto calore all’interno, con cose che sanno di passato e di intensità di affetti e di memoria. Mi ha fatto attraversare velocemente il corridoio e sbucare nel giardino. lì che mi voleva portare. E si tratta in qualche modo di un’opera d’arte, colma di opere d’arte. Non un museo, perché è qualcosa che è vissuto, intriso della vita quotidiana di un uomo e della sua famiglia. Ma senza dubbio uno spazio d’arte, lussureggiante, popolato di piante, ceramiche e animali, circondato da un alto muro di recinzione che lo separa dal resto del mondo. Guardo il gobbetto Martino. Sta uscendo da una spelonca nera, ha gli occhi sbarrati dallo stupore.

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