«Questo è il mio regno, il mio mondo. Mi protegge, mi ripara dal fuori. Mi protegge innanzitutto dalla desolazione cui sono state portate queste campagne. Non era così un tempo. Una volta qui c’erano boschetti, frutteti e vigne. Il paesaggio era mosso e variegato. C’era biodiversità. Ora gli aratri hanno spianato tutto, i boschi sono stati tagliati. La mano umana ha appiattito ogni cosa confinandola in un’unica dimensione: una vasta distesa omogenea di prati. Dentro queste mura invece è come un’oasi lussureggiante, dove la vita pulsa in tutta la sua varietà. Ma questo è anche un luogo che mi protegge dalla desolazione del mondo umano. Della politica non voglio neanche parlare. E poi c’è il trafficare caotico, privo di senso, la superficialità, la mera apparenza, il bla bla incessante, la dispersione del senso e dell’anima. Qui dentro, invece, è possibile avvertire ancora la magia della vita e nutrirtene i sensi. Perché la Vita è viva e il mondo è incantato. E perdere il senso di questo incanto è come morire prima del tempo».

Guardo Miro Gianola e mi sembra di vederlo per la prima volta. Lui è un po’ schivo, vive un po’ in disparte — nel senso che non è amante della vita mondana, delle pubbliche apparizioni e ha bisogno di solitudine, contemplazione. Non credo sia dato a molti entrare nel suo mondo interiore e sono emozionato per questo privilegio. D’altra parte, nel corso della nostra chiacchierata, ho trovato conforto nell’incontrare molti temi emozionanti.

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